Nabulio, Parigi, la carne in scatola, la baguette e l'Egitto
Il 5 maggio del 1821 moriva l’uomo che più di ogni altro, prima delle due guerre mondiali, è stato capace di dare un’impronta indelebile all’Europa.
Prima di andare avanti, però, immaginate per un attimo che il prossimo presidente della Repubblica Italiana sia un altoatesino nato un anno dopo il passaggio del Südtirol dall’Austria all’Italia, che sia alto, biondo, con gli occhi azzurri e parli l’italiano con accento tedesco.
O provate a figurarvi come successore di Mario Draghi un africano, immigrato bambino dall’Etiopia quando ancora era una colonia italiana (cioè fino al 1941), e che al governo delle regioni insedi fratelli e parenti.
Inverosimile? Eppure è grossomodo quanto capitò ai francesi alla fine del Settecento, quando si ritrovarono come capo dello Stato un oriundo italiano dalla erre poco arrotata e la grammatica zoppicante: Napoleone Bonaparte.
La Corsica, dov’era nato nel 1769, era stata ceduta dalla Repubblica di Genova alla Francia da appena un anno. I genitori di Napoleone erano di origini toscane e in casa loro si parlava italiano. Come poi quel ragazzino sbarcato in Francia per frequentare un collegio militare ne sia diventato imperatore, rientra negli oscuri piani del destino.
Come tanti stranieri fu deriso, guardato con ostilità e sospetto, odiato da molti, mal sopportato dai più: se fosse vissuto oggi, sarebbe magari stato relegato in un centro di accoglienza o rispedito al mittente sul primo barcone e la sua sarebbe stata una comune brutta esperienza da profugo.
Invece la condizione sociale, l’ambizione e le giuste scelte politiche trasformarono la sua avventura di emigrante in una carriera che lo portò a regnare su mezza Europa. Il nome di questo fortunato immigré còrso e mezzo italiano era Napoleone Buonaparte (Napoleone cambiò il cognome in “Bonaparte” dopo la morte del padre, pochi giorni prima di sposare Giuseppina e partire per la campagna d’Italia, per renderlo più adatto alla lingua francese).
Malinconico e arrogantello, egocentrico e un po’ complessato, sognatore ma capace di pragmatismo, era un uomo dalle mille contraddizioni, ma soprattutto uno straniero in casa degli oppressori della sua terra, i francesi.
Il futuro imperatore di Francia era infatti nato ad Ajaccio, in Corsica, nel 1769, quarto di 12 fratelli (secondo degli otto rimasti in vita).
Pare fosse un ragazzino vivace, pronto a sfidare la severità della madre, Maria Letizia Ramolino (nobildonna discendente da italiani emigrati in Corsica), con un cipiglio da primogenito che mancava al fratello più grande, Giuseppe.
Forse per questo, il padre Carlo Maria, avvocato, borghese affascinato dall’aristocrazia, aveva destinato il minore alla carriera militare e il maggiore alla vita ecclesiastica. Entrambi furono spediti in prestigiosi collegi francesi.

I Buonaparte vantavano nobili origini toscane, anche se si erano trasferiti in Corsica, allora genovese, già nel 1567. Lo stesso Napoleone confessò: “Io sono italiano o toscano, piuttosto che còrso”. Questa frase però non deve trarre in inganno.
Raccontava di essere italiano, ma dell’Italia diceva peste e corna: come ogni politico badava al sodo, a quello che poteva tornargli utile. La familiarità linguistica (in Corsica l’italiano era lingua ufficiale) gli rendeva congeniale l’Italia e probabilmente è vero che ci metteva piede con piacere, dato che vi si era affermato come militare e politico.
Ma in più occasioni Napoleone si fece scappare valutazioni non troppo positive sul carattere italico. Come quando, rivolto al viceré d’Italia, il figlioccio Eugenio Beauharnais disse:
“Avete torto a pensare che gli italiani siano come fanciulli: c’è del malanimo in loro; non fategli dimenticare che io sono padrone di fare ciò che voglio, questo è necessario per tutti i popoli, ma soprattutto per gli italiani, che non obbediscono che alla voce del padrone”.
La sua figura leggendaria non ha mancato di scatenare molte dicerie sul suo conto, molte false ma altre assolutamente vere e che ancora oggi aggiungono fascino ed importanza alla vita di Napoleone. Vediamone alcune.
Baguette e carne in scatola
La tradizione vuole che fu Napoleone ad introdurre la forma della baguette per il pane dei soldati, che poteva essere riposta in una tasca posteriore della divisa dei militari, evitando che desse fastidio durante le lunghe marce e che si rompesse, sbriciolandosi.
Ma un’invenzione alimentare che certamente si deve al grande conquistatore fu la carne in scatola.
Fu merito del pasticciere Nicolas Appert, che ideò un metodo di cottura del cibo in vasetti di vetro a chiusura ermetica. Questo permetteva di fornire alle truppe carne conservata in buone condizioni igieniche e con delle dosi già preparate. Appert per la sua invenzione fu premiato con 12 mila franchi.
L’Egitto
Napoleone aveva una grande passione per l’antico Egitto.
Diversi storici sostengono che la sua campagna militare nel paese fu dettata principalmente dal suo desiderio di poter visitare ed esplorare in prima persona le testimonianze della civiltà dei Faraoni. E fu così che, ritrovata la famosa Stele di Rosetta, fu possibile avere una chiave di decifrazione dei geroglifici egizi, dando il via ai successivi studi archeologici che crearono la moderna Egittologia.
Moltissimi reperti, spediti in Europa con destinazione Parigi, furono trattenuti a Torino per essere esaminati, creando il primo nucleo di quello che divenne il Museo Egizio di Torino, uno dei più importanti al mondo.
Tuttavia, il principale contributo di Napoleone fu sicuramente quello legislativo.
Il Codice Napoleonico
Entrato in vigore all’inizio del 1804, trasformò radicalmente il sistema giuridico civile e non solo in Francia. Soprattutto segnò l’inversione di tendenza della Rivoluzione Francese, che puntava ad un forte decentramento amministrativo, per sostituirlo con un fortissimo accentramento statale.
l Codice andò a toccare anche le regole per la successione imponendo che una parte delle eredità dovesse essere divisa in modo uguale tra i discendenti. Napoleone però volle che nel Codice la donna risultasse totalmente sottomessa all’uomo, al quale doveva assoluta obbedienza: non poteva ad esempio sottoscrivere un contratto o avviare un’azione autonomamente. Regola che in Francia fu valida fino al 1965.
Le controversie tra coniugi potevano tuttavia essere risolte col divorzio (al quale non si fece gran ricorso, almeno in Italia), purché chiesto consensualmente.
Anche sul piano dell’istruzione, fu Napoleone ad istituire i licei pubblici, finanziati con i soldi delle tasse e con gli investimenti del governo, definendo il ruolo di dipendenti pubblici per gli insegnanti. Ancora oggi, in Francia, le scuole private sono sottoposte alle verifiche ed ai controlli delle autorità didattiche statali, così come gli insegnanti vengono scelti dalle graduatorie pubbliche.
Ah! E fu lui, ad imporre la circolazione stradale a destra.
E poi ci sono le “leggende metropolitane” smentite dagli studi storici.
Ad esempio non è vero che fosse molto basso.
Basso sì, ma non “così” basso: gli storici concordano che fosse alto circa 168 cm, 3 centimetri più della media dei francesi del suo tempo (e 3 centimetri in più dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy). Quella di Napoleone “formato mignon” sarebbe una maldicenza degli inglesi per sminuirne la fama sui campi di battaglia.
E non è vero che avesse la fobia dei gatti. Lo ha precisato la storica Katharine MacDonogh nel libro “Storia dei cani e gatti a corte dai tempi del rinascimento”, dopo averlo letto da più parti: non esiste alcuna evidenza storica che Napoleone soffrisse di ailurofobia. Ma era superstizioso e come molti europei del tempo si teneva lontano i gatti neri.
Infine, il “mistero del pene”.
John K. Lattimer, urologo della Columbia University, nel 1972 disse di aver acquistato il pene di Napoleone per 3.000 dollari.
«La misura del pene di Bonaparte - spiegò, senza fornire dettagli - era di 4,5 centimetri in stato di riposo che diventavano 6,1 in erezione». Come l’urologo abbia fatto a capirlo rimane un mistero. La sua diagnosi? L’imperatore avrebbe sofferto di un problema endocrinologico che ha limitato la crescita degli organi genitali.
Un pezzo del pene di Napoleone. È proprietà di un privato. Per saperne di più.
Il primo a possedere la reliquia sarebbe stato l’abate Vignali, suo cappellano a Sant’Elena. Sulla vicenda è stato scritto anche un saggio sul Journal of Sex Research: La peregrinazione postuma e itinerante del pene di Napoleone. Jean Tulard, esperto di storia napoleonica, sull’evirazione post mortem è sempre stato scettico e finché non si riesumerà la salma, la questione si può archiviare come “leggenda metropolitana”.
Salma che, come molti sanno, è conservata al Dôme des Invalides, originariamente cappella reale edificata tra il 1677 ed il 1706.
Trasformata in Tempio di Marte durante la Rivoluzione, fu proprio Napoleone che la volle trasformare in pantheon militare, con l’installazione della tomba di Turenne (1800) e di un monumento funerario dedicato al grande Vauban (1807-1808).
Fu invece l’imperatore Luigi Filippo a trasportarvi la salma di Napoleone, rimasta a Sant’Elena fino al 1840.
Il ritorno delle sue ceneri in patria fu accompagnato da funerali di stato e trasferite agli Invalides il 15 dicembre 1840, in attesa dell’edificazione della tomba.
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Dôme des Invalides, tomba di Napoleone I
Questa viene ordinata nel 1842 dal re Luigi Filippo all’architetto Visconti (1791-1853), che fa realizzare sotto al Dôme importanti trasformazioni, con un enorme scavo per accogliere la tomba.
Il corpo di Napoleone vi viene deposto il 2 aprile 1861.
E “Nabulio”?
Se Napoleone fosse vissuto nell’epoca di Twitter, forse avrebbe scelto come nickname Nabulio: era il soprannome con cui lo chiamavano i genitori da piccolo.