Paese che vai, IKEA che trovi
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Ci viene continuamente ricordato che viviamo in una società globalizzata, tanto che abbiamo ormai perso il senso originario di questa definizione.
La nostra vita si nutre prevalentemente di abitudini e così si assimilano azioni, luoghi (spesso anche le persone) senza ormai essere consapevoli della loro esistenza e della loro reale natura. Uno dei luoghi radicati nelle abitudini di quasi tutti è l’IKEA, chi può negarlo?
Amicizie, fidanzamenti, love story, matrimoni, aziende e tutto quello che rappresenta una qualsiasi forma di società tra due o più esseri umani, almeno una volta ha rischiato di essere travolta da una giornata trascorsa all’IKEA. Un luogo concepito per rendere l’esperienza del visitatore allettante, rilassata, perfino divertente, per molte persone si è trasformata nella scena di scontri titanici con mogli, suocere, figli e fidanzati.
Tuttavia, resta il fatto che la catena scandinava dell’arredamento low-cost ha piantato la bandierina in tutto il mondo conosciuto, ormai. Neanche la Cina fa eccezione, figuriamoci la Francia.
E così, armati di planner ed elenchi materiale già pronti, abbiamo deciso di affrontare una domenica di ordinaria follia all’IKEA di Parigi sud, a due passi dall’aeroporto di Orly.
La domanda di rito è sempre la stessa: “con quante cose inutili tornerò a casa?”.
Beh, devo ammettere che siamo stati bravi; nonostante la carenza da shopping compulsivo e la presenza delle due bimbe, all’elenco diligentemente preparato a casa si sono aggiunti solo un cuscino, due prese multiple da pavimento e nient’altro. Un successone!
Ma la tappa assolutamente imperdibile per ogni visitatore IKEA è il ristorante svedese.
Messe in soffitta le immancabili polpette, per motivi di forza maggiore, restano da esplorare accostamenti e sapori molto distanti dalla nostra sensibilità mediterranea, ma che hanno contribuito non poco a creare il clima di allegra globalizzazione di cui parlavo all’inizio. Diciamola tutta, quanti di noi sarebbero andati alla ricerca di un ristorante svedese nella propria città? quanti pensavano che mangiare polpette-di-non-so-cosa condite con salsa di mirtilli sarebbe stata un’esperienza divertente e gustosa?
Credo, infatti, che la “globalizzazione etnica”, il sentirci un po’ tutti cittadini del mondo passi necessariamente attraverso quelli che sono i riti comuni a tutta l’umanità. E pochi di questi momenti sono così radicati e fondamentali come il ritrovarsi a condividere la tavola.
Devo aggiungere che sotto questo aspetto, comunque, la nostra prima esperienza parigina ha aggiunto un elemento tutto suo. Dopo due ore di permanenza e a pranzo praticamente terminato ci siamo ritrovati a constatare che non avevamo quel senso di stordimento che, a parità di tempo, ci ha sempre assalito nelle strutture italiane.
Ci abbiamo messo un po’ a capire, ma alla fine ci siamo arrivati: qui la gente non urla, tutti parlano con un tono di voce normale e, nonostante qualche gioioso strillo infantile, nessuno cerca di farsi sentire più degli altri… che bellezza! L’aggiungeremo alla “lista civica”, come la capacità di fare la fila nei locali pubblici senza azzannare i “concorrenti” (altro comportamento che balza subito agli occhi di un espatriato italiano…)
Ah, dimenticavo; stamattina ho ricevuto la telefonata del corriere. Vengono a montarci i mobili venerdì.
Con circa una settimana di anticipo sul previsto.
Che bello vivere in un paese normale.