PARIGI, A NOVEMBRE
Qualche giorno fa, un’amica che ha creato un gruppo Facebook molto popolare, mi ha chiesto di scrivere un racconto che parlasse di Parigi.
Che mi piaccia scrivere anche questo blog ne è una piccola prova, ma pubblicare un racconto era un’eventualità che non avevo ancora preso in considerazione.
Rue Denoyez a Belleville - foto di Myrabella
Ho accettato volentieri l’invito e così è nata una breve storia, in cui ho tentato di entrare in diversi aspetti della città, cercando di evitare il più possibile quelli che sono più banali e stereotipati.
Perché Parigi ha certamente una storia fatta di grandi personaggi e momenti passati, un’eredità architettonica e monumentale meravigliosa, ma resta pur sempre una città viva e dinamica, proiettata sull’attualità e sul futuro.
Per cui, eccolo qui.
Spero che vi piaccia…
★★★★
PARIGI, A NOVEMBRE
[ Prologo ]
Parigi, a novembre, sa essere tutto ed il contrario di tutto.
Come se volesse cambiare vita, aspetto, identità. Ti tratta come una ragazzina capricciosa, sempre alla ricerca di non si sa bene cosa, di esperienze sempre nuove, eccitanti, memorabili. Io, in quel periodo, proprio non sentivo il bisogno di tutto questo.
Quello che stava succedendo nella mia vita, da un po’ di tempo, mi era più che sufficiente. Da quando avevo raggiunto Amandine a Parigi, il presente ed il futuro che avevo immaginato avevano una faccia che non corrispondeva affatto a quella della mia partenza da Torino.
La città, la capitale di Francia, beh quella la conoscevo abbastanza bene ormai. Dopo che avevo conosciuto Amandine, durante uno suo stage di danza a Torino ed avevamo iniziato a frequentarci, era stato un continuo avanti-indietro dalla Ville Lumière. Lei stava cercando con tutte le sue forze di entrare a far parte stabilmente dell’Opéra Garnier e capivo bene come per lei fosse impossibile mettere qualcos’altro, o qualcun altro, in cima alle sue priorità.
Però, era comunque scoccata la scintilla. Ci eravamo perduti una nell’altro, come solo un innamoramento improvviso sa provocare. Tutti i giorni passavo a prenderla nel tardo pomeriggio allo stage, in via Lagrange, e poi iniziavamo a girovagare per Torino, sotto molti aspetti così simile a Parigi. La più francese delle città italiane. Cenavamo nei bistrot del quartiere latino, vicino alle Porte Palatine e poi, spesso, seguivamo alcuni amici musicisti nei locali del centro e della collina.
La notte c’era tempo e spazio solo per l’amore, aggressivo e sensuale come lei: un felino feroce, a cui non bastavano le lunghe ore di allenamento e di danza per esaurire l’energia che le esplodeva dentro. Amandine era diventata un’ossessione, ormai. L’avrei seguita in capo al mondo. E in più, quel capo del mondo era Parigi, la città dei miei sogni, l’unico luogo della Terra in cui mi sarei perso volentieri e per sempre. Dopo una breve ricerca, nonostante il suo contratto da stagionale dello spettacolo e la mia condizione di espatriato fresco fresco, senza arte né parte, non ci fornissero particolari garanzie per ottenere un appartamento in affitto, trovammo una sistemazione a Rue Denoyez, a Belleville.
[Rue Denoyez, XIX arr. - foto di Myrabella ]
Sembrava di vivere dentro una cartolina in stile bohémien. Un quartiere unico, con la sua storia di luogo simbolo dell’insurrezione e della nascita della Comune di Parigi, i natali ad Édith Piaf, Maurice Chevalier e poi le immigrazioni: prima quella ebraica, negli anni ‘50, poi quella asiatica, trent’anni dopo. Lei ballerina all’Opéra Garnier, io giovane e spiantato produttore TV italiano di belle speranze.
Uscivo di casa e mi sentivo in un film, anzi più di uno. Passavo dal periodo della nascita dei primi sindacati, in quel quartiere operaio che aveva dimenticato le vigne di un tempo, al varietà teatrale a cavallo della guerra, fino alle avanguardie artistiche multi-etniche di oggi, che popolano la strada dove abitavamo. Qualcosa che mi trasmetteva delle sensazioni uniche, da brivido, come quel novembre che si annunciava molto movimentato. Quando arrivavamo con il TGV da Torino alla Gare de Lyon, io prendevo i nostri bagagli personali, rigorosamente uno a testa e che rappresentavano la nostra vita al seguito.
Amandine, invece, prendeva la metro 1 e filava dritta dritta all’Opéra, quasi sempre in ritardo. Il che mi spiegava, almeno in parte, perché i parigini vadano sempre così di fretta. Per contro, restavano alcuni buchi neri nella sua giornata che mi tormentavano le viscere, quel morso atroce che non si riesce mai a metabolizzare con la ragione, quando si è innamorati. Anche l’Opéra Garnier ha due identità distinte e separate.
C’è l’Opéra ammirata dai turisti, con la sua maestosa imponenza monumentale, aperta su una delle poche piazze ampie del IX arrondissement. Parigi ha una concentrazione urbanistica da capogiro, per chi è abituato a spazi più “normali”. Circa otto milioni di individui stipati su una superficie che è un terzo di quella di Roma, che di abitanti ne ha meno della metà. C’è l’Opéra degli spettacoli, capace di meravigliare ed affascinare ogni volta che apre le sue porte al pubblico.
[ il soffitto della sala dell’Opéra Garnier affrescato da Chagall – foto M. Bena ]
E poi c’è “l’altra” Opéra. Quella degli addetti ai lavori che, per gli artisti, significa iper-competitività, sessismo, guerre dirette ed indirette senza alcuna esclusione di colpi, mobbing ed istigazione continua a diete suicide. Eppure per Amandine era tutta la sua vita. E vedendola danzare si poteva capire facilmente il perché, anche se non capivo nulla di balletto.
La tristezza era vedere nei suoi occhi che, quella che era nata come una passione ispirata da un talento innato, si era trasformata in una condanna a vita, in cui si erano smarriti per strada i motivi che l’avevano spinta fin da bambina a studiare danza. Era incatenata ad una ruota irrefrenabile, ad un ciclo continuo di cause ed effetti malsani. Ma era impossibile discuterne con lei: se mai fosse stata in grado di analizzare con lucidità la sua quotidianità e staccarsene si sarebbe sentita persa, la sua vita completamente svuotata di ogni missione, di ogni senso.
Sapevo che per noi non c’era la possibilità di immaginare una famiglia. Almeno fino al termine della sua carriera attiva. E ammesso che quella carriera avesse portato dei risultati all’altezza dei sacrifici. Ma non volevo pensarci, perché ero innamorato e mi bastava il “qui” e “ora”.
Poi, quel mercoledì mattina, due telefonate cambiarono per sempre la mia vita.
A metà mattinata mi chiamò una mia collega da Roma. “Marcello, hanno chiamato quelli di France24. Stanno cercando un producer italiano che sia a Parigi e che parli francese. Stanno facendo un documentario sull’immigrazione italiana del dopoguerra e lunedì girano un’intervista alla Bellucci. Ti interessa contattarli?”. “Mi interessa?..” Nella mia vita avevo sentito poche domande così superflue. Lavorare. A Parigi. Nel mio settore, senza essere costretto a fare il lavapiatti o il cameriere in una delle decine di pizzerie ristoranti più o meno italiani della città… mi sembrava troppo bello per essere vero.
Mi ripresi dallo choc: “Cristina, certo che mi interessa! Non ti ricordi che avevo organizzato la loro presentazione in Italia, a Palazzo Farnese? Mandami il numero via sms, li chiamo subito!”. Era vero. Quando France24 aveva iniziato la sua attività di canale televisivo all-news si era presentata subito anche in Italia. Jean-Marc de la Sablière, all’epoca ambasciatore di Francia in Italia, aveva organizzato la presentazione ufficiale del canale a Roma. Ero riuscito ad esserne il responsabile di produzione, come sempre più per caso che per merito, e furono due giornate di lavoro in cui avevo respirato l’aria di Parigi mentre potevo osservare Campo de’Fiori dalle finestre della Sala d’Ercole dell’ambasciata: si può chiedere di più? Certo che sì ed era proprio ciò che stavo per fare.
Chiamai subito, appena Cristina mi aveva girato il numero. Mi presentai brevemente, ricordai all’assistente al telefono che avevo già lavorato per loro, che ero in pianta stabile, si faceva per dire, a Parigi e che ero disponibile da subito. Mi mise in attesa, il tempo di girare l’informazione al suo responsabile e poi riprese la linea: “Bene, Monsieur Donati! Può venire alla nostra sede, ad Issy-les-Moulineaux, per incontrare il responsabile del progetto? L’aspettiamo alle tre”.
La mia risposta era scontata, naturalmente. Mi diede l’indirizzo, me lo scrissi sulla mano, mentre mi dirigevo alla boulangerie dell’angolo, per celebrare la telefonata con un sontuoso pain au chocolat appena sfornato. E alla tre, puntuale come una rata del mutuo, ero lì, a parlare con il direttore del programma. “Abbiamo visto il suo CV su LinkedIN, Marcello, ed abbiamo parlato con i colleghi dell’evento a Roma. Siamo felici che si sia trasferito qui da noi, la comunità italiana rappresenta da sempre una risorsa importante per Parigi e la Francia. Poi, insomma, un’intervista alla Bellucci ci sembra un ottimo modo per iniziare una collaborazione, n’est ce pas?” - “Olivier, la ringrazio, non potrei chiedere di meglio. Sarò felice di essere dei vostri. Quando cominciamo?”. Il direttore inforcò gli occhiali da lettura, cercò i suoi appunti sul tavolo di redazione e girandosi mi disse: “facciamo il sopralluogo domani mattina alle 8:30. Abbiamo un’ora di tempo, poi Madame Bellucci è occupata, ha altri impegni. È nel XIII, boulevard Arago, poi Sophie le girerà il civico. Ci vediamo lì!”. Lo guardai probabilmente con un’aria stranita. A dipingerla sul mio volto non era tanto l’idea di potermi ritrovare vis-à-vis con una donna importante e bellissima come la Bellucci. Non era la prima volta che avevo a che fare con una star internazionale. Ma la rapidità e l’apparente facilità con cui mi ero ritrovato a quel punto della storia mi avevano lasciato stordito.
Cercai di riprendermi. “Ça va, Marcello? Vous allez bien ?”. Certo che stavo bene. Erano mesi che non mi sentivo così bene. Appena superata la sbornia da neo-incarico, iniziai a fantasticare su come avrei potuto comunicare la notiziona ad Amandine, mentre il buio iniziava ad avvolgere il lungo Senna.
Ma non feci in tempo a formulare un’ipotesi che squillò ancora il cellulare. “Bonjour Monsieur. C’est l’Hôpital Pitié Salpêtrière. C’est vous qui connaissez Madame Amandine Giroud ?”. - “Oui, c’est moi. Qu’est-il arrivé à Amandine ?”. Ero a due passi dalla stazione della RER C, a Val de Seine. In mezz’ora potevo arrivare all’ospedale, mentre a quell’ora della sera in taxi ci avrei messo quasi il doppio. In ogni caso, mentre il treno infilava una dopo l’altra le gallerie che fiancheggiano il fiume, fino ad arrivare alla Gare d’Austerlitz, i miei pensieri erano tutti per Amandine.
La felicità per il nuovo incarico si era dissolta come neve al sole. Il cuore batteva forte e mi tormentavo chiedendomi cosa potesse essere successo. Come da procedura, al telefono non mi era stato comunicato nessun dettaglio sul suo stato di salute. Arrivai al reparto sbuffando come una vecchia caffettiera. La Pitié Salpêtrière è una città dentro la città e, se ti ci perdi, ti ritrovano dopo anni. Probabilmente cadavere.
[ EPILOGO ]
Entrai in segreteria e la responsabile capì subito chi ero. “Prego, si sieda qui. Ora arriverà il mio collega per spiegarle la situazione”. Non capivo se quelle parole mi dovessero tranquillizzare oppure il contrario, ma non c’era molto da fare se non aspettare. Dopo una manciata interminabile di secondi, apparve un medico urgentista che, come tutti i suoi colleghi, non offriva una grande varietà di espressioni facciali: sono abituati a comunicare brutte notizie e devono farlo nella maniera più neutra, distaccata e professionale possibile. Altrimenti anche loro, dopo breve tempo, finirebbero nel regno dei più. “Bonjour Monsieur. Lei è Marcello, l’amico di Amandine?” - annuii con la testa, la bocca secca come il Sahara. “Madame ha avuto un infarto durante le prove del balletto. È stata trasportata qui d’urgenza ma stia tranquillo. È fuori pericolo.”
Un infarto. Fuori pericolo. Cos’era successo? “Purtroppo, dalle analisi che abbiamo potuto fare finora, risulta un uso eccessivo di anfetamine da parte della signora. Stimolanti e calmanti usati in rapida successione, probabilmente in base alle necessità del momento. E questo sta andando avanti da parecchio. Lei ne sa qualcosa?” Ero completamente tramortito. “No, non sapevo che ne facesse uso. Non l’ha mai fatto in mia presenza… anche se so che… beh, insomma, nell’ambiente…”. Il medico mi guardò severo negli occhi, la domanda traspariva evidente: “hein, mon pote, gliela procuri tu, la roba, alla tua amichetta?”. Poi, evidentemente, realizzò che non avevo la stoffa dello spacciatore e assunse l’aria del buon padre di famiglia. “Madame dovrà restare a riposo per un bel po’ di tempo, una volta che l’avremo dimessa. Il che non succederà prima di una settimana. Abbiamo chiamato lei perché abbiamo trovato un biglietto con il suo numero negli effetti personali della sua amica, con l’annotazione Paris…” - Ah, è vero: ricordavo che aveva aggiunto il mio numero francese sul biglietto in cui le avevo annotato quello italiano, quando ci eravamo conosciuti.
“Nel frattempo abbiamo contattato la sorella, che vive in Auvergne. Si è detta disponibile ad accogliere la signora per la convalescenza. Un periodo di calma, nella campagna del sud-est, non potrà che farle bene. Ora dorme, ma se vuole può vederla un momento”, continuò il medico. Mi accompagnò alla stanza dove Amandine riposava. Aveva ancora il viso stravolto e un’espressione di sofferenza che lasciava capire che non era stata una situazione facile da affrontare. “È giovane, forte. Se elimina l’uso di quelle sostanze si riprenderà senz’altro”, disse il medico, abbozzando un quasi-sorriso e si allontanò. Io restai ancora qualche minuto ad osservare Amandine. Improvvisamente mi accorsi di non sapere nulla di lei, della sua famiglia, della sua vita. C’era stata la voglia di entrambi di annullarsi in una passione senza prospettive, quasi con il desiderio implicito di distruggerci reciprocamente. Uscii dall’ospedale e mi avviai verso Belleville a piedi. Non avevo fretta, solo tanti pensieri da mettere in ordine. Con calma.
E poi, il mattino dopo, avevo un appuntamento con Monica Bellucci.